Intervento di Francesco Nachira

Da FrontiereDigitali.

L'Innovazione necessaria: Creatività, Cooperazione, Condivisione

Convegno: 28 marzo 2006 - h. 18.00 - 23.00

Centro Congressi d'Ateneo Università di Roma - La Sapienza - via Salaria 113, Roma


Intervento di Francesco Nachira


Incipit

Sono felice di partecipare ad un convegno sull'innovazione promosso congiuntamente dalle associazioni e dall'Università invece che, come accade piu' spesso, da multinazionali.

Sono felice di poter essere qui, non come rappresentante di qualche istituzione o partito, ma come cittadino libero di pensare che si possa costruire insieme un mondo diverso.

Un mondo dove non solo tutti abbiano accesso alla rete, ma abbiano anche libero accesso al sapere.

Ma sopratutto dove tutti possano contribuire a costruire insieme un sapere condiviso e uno sviluppo economico.

Un mondo dove l'inniovazione e la competitività non si realizzano rendendo piu' economici i processi produttivi, riducendo i lavoratori a sfruttati costretti a competere fra chi é piu' flessibile o meno caro.

Ma innovare, creando le condizioni affinché le nuove generazioni, oggi escluse dal processo di creazione innovazione produzione, siano protagoniste di un processo produttivo distribuito e collettivo.

Faro' un intervento breve, per punti. In seguito spero si lavori insieme per approfondire e rendere piu' articolato il testo on line.

La società della Conoscenza

Nelle aree ad economia avanzata, la società industriale sta gradualmente trasformando e modificando la sua base industriale meccanica nella cosidetta società dell'informazione e della conoscenza.

Oggi dalla produzione e distribuzione di servizi e beni immateriali si traggono I maggiori margini di profitto, quando non vere e proprie rendite.

Il mezzo di produzione principe diventa il bene immateriale che é il sapere, la conoscenza. Mezzo di produzione da accumulare, di cui il capitale si deve appropriare, e che non puo' piu' essere considerato un bene sociale, ma diventa una merce.

Implicazioni sociali

Si tratta di un cambiamento radicale della nostra società che ha profonde implicazioni economiche e culturali. Conoscenze e saperi che sono sempre stati considerati un bene comune dell'umanità , oggi vengono dati in esclusiva a imprese affinché ne traggano profitti.

Implica l'acquisizione di nuovi diritti di proprietà da parte di chi vuole trarre profitto da quei beni. Che simmetricamente corrisponde alla rinuncia di diritti considerati acquisiti, quali il diritto di condividere e trasferire i saperi e trasferirli, a porre barriere al lavorare insieme.

Che prevede la rinuncia all'antica aspirazione di riscatto sociale dei movimenti di liberazione: la possibilità per tutti di accedere all'istruzione, al sapere, alla conoscenza.

Nel secolo scorso la battaglia per l'emancipazione, la conoscenza, l'istruzione per tutti fu una battaglia fondamentale.

Lo studio era considerato uno strumento di emancipazione, un diritto.

In futuro chi non apparterrà alla classe dei privilegiati, non potrà permettersi l'accesso al sapere, alla cultura, all'istruzione. Ogni volta che vorremo leggere - o perfino rileggere - un filmato, un testo, un documento, accedere a qualunque frammento di conoscenza, questo frammento avrà un costo associato. L'accesso al sapere sarà un privilegio.

Un impoverimento delle future generazioni, condannati all'ignoranza e all'imbarbarimento. Chi condivide liberamente la cultura e la conoscenza, diventa un criminale, un pirata, un comunista.

Contraddizioni

Proprio quando invece, grazie al progresso tecnico e scientifico, l'informazione e la cultura potrebbero essere accessibili istantaneamente e ovunque, ad un costo marginale infimo.

Ma vi é una ulteriore contraddizione. La conoscenza non é solo uno strumento di emancipazione e di cultura, ma anche il mezzo di produzione fondamentale nella società della conoscenza.

Possedere la conoscenza per produrre é una questione di sviluppo, di autonomia e di indipendenza nazionale. L'impulso alla ricerca scientifica e all'innovazione, é dato dalla circolazione delle idee. Oggi, le imprese, ma anche le università e gli enti di ricerca considerano le scoperte, un asset. Senza aver stipulato in precedenza un accordo legale e commerciale, é severamente proibito ai dipendenti di una ditta, condividere le idee con altre organizzazioni. Scoperte, tecnologie, conoscenze, non possono essere applicate se non dalle multinazionali che ne hanno l'esclusiva in quanto "proprietari" o in quanto hanno un accordo di scambio con altre multinazionali. I lavoratori cognitivi si trovano di fronte ad un impoverimento delle fonti. La ricerca e l'innovazione é soffocata.

I piccoli produttori indipendenti (PMI, comunità, individui) non disporranno piu' dei mezzi di produzione. Con questo modello di sviluppo saranno costretti a vendersi come dipendenti precari di grosse organizzazioni, riproducendo meccanismi feudali. Il capitale umano e la competenza locale si perderanno. Il futuro delle PMI basate sulla conoscenza é a rischio. Nella migliore delle ipotesi, saranno sub-fornitori, di una catena di produzione globale e distribuita, senza autonomia, senza potere contrattuale, pronti ad essere sostituiti appena in qualche lugo del mondo vi sarà un subfornitore piu' conveniente.

Economia e innovazione

Si crea un modello di produzione e di innovazione passivo e autoritario. Un numero limitato di grandi aziende, che producono, in modo distribuito.

Modelli di produzione, spesso per componenti e distribuiti, ma dove le strategie, le decisioni, il controllo rimangono centralizzati (spesso all'estero), la conoscenza non é diffusa nel territorio. Modelli da industria pesante, non adatti ad un mondo dinamico e complesso.

Struttura economica italiana basata sulle PMI

Ma sopratutto disastroso per l'Italia dove vi é un esiguo numero di grandi società globali; dove la struttura economica é basata sulle piccole imprese. L'Italia rischia di avere un ruolo succube nella divisione del lavoro internazionale. Di perdere conoscenze, competenze, la capacità di produrre sistemi e servizi avanzati.

Per produrre beni e servizi (pubblici o privati) e per competere in un mercato complesso e globale, occorrono risorse specializzate (per la ricerca, per l'accesso ai mercati, l'interazione con il cliente, per gli aspetti legali, etc...) che esulano dal "core business". Inoltre é cruciale la rete di organizzazioni con le quali si collabora. Grandi organizzazioni, possono affrontare questa complessità grazie alla disponibilità di risorse specializzate, e ai loro rapporti di forza nella loro rete di produzione (prodotti o servizi).

Networking

Questo ha portato all'approfondimento della frattura digitale fra piccole e grandi aziende. Le PMI, che costituiscono l'ossatura dell'economia italiana, isolate e senza una "rete di sicurezza", e che oggi sono in difficoltà, sono destinate a soccombere.

Nel disperato tentativo di attuare l'agenda di Lisbona ("economia basata sulla conoscenza piu' dinamica e competitiva del pianeta"), si parla di "creare un ambiente favorevole allo sviluppo e all'innovazione", che "attragga le risorse produttive", che "traduca gli investimenti in conoscenza in prodotti e servizi". Si parla di mettere a sistema le risorse locali, di creare "ecosistemi socio-economici"

Quale sviluppo ?

Fin qui sono tutti daccordo. Ma cosa significa, creare condizioni favorevoli a innovazione e sviluppo ? Quale sviluppo ? Qual'é il modello socio-economico ? Quale il ruolo delle piccole imprese, delle comunità , degli hacker? Quale governance ? Qui le strade si dividono.

Oggi perfino il governo parla di "distretti industriali virtuali". La settimana scorsa ministero per l'innovazione ha appena annunciato la creazione di 36 "distretti virtuali". Un punto chiave é la presenza di una azienda medio-grande che ha il ruolo di "orchestratore".

Un ambiente, dove il lavoro é flessibile, di basso costo, vi sono incentivi finanziari, bassa tassazione. Di nuovo le cattedrali, che rimangono sul territorio finché vi sono gli incentivi (budget sottratto ai servizi), finché non conviene delocalizzare. L'Italia non puo' seguire un modello che ha fallito e che ha drammatiche conseguenze socio-economiche.

Qual'é un ambiente favorevole ?

Qualé un ambiente favorevole all'innovazione e allo sviluppo economico? Quali le strategie ? Aumentare la produttivita di pochi, o favorire una società dove tutti gli attori partecipano al processo produttivo, con pari dignità ?

L'Italia ha una esperienza di distretti industriali, basate su PMI, dove le risorse locali venivano messe a sistema. Dove le PMI trovavano le risorse specializzate nel territorio.

Si tratta di creare le condizioni necessarie, affinché prodotti e servizi possano essere prodotti dalla cooperazione e messa in rete degli attori (individui, comunità, PMI, organizzazioni pubbliche e private). Quelli che si definiscono ecosistema socio-economico.

Si tratta di creare, un ecosistema dove la conoscenza sia diffusa e valorizzata.

Distretti e ecosistemi

Quindi investimenti, sia in formazione, scuole, ricerca (riattivare un sistema bloccato), creare una conoscenza diffusa nel territorio. Una conoscenza diffusa non puo' essere delocalizzata.

Quindi creare una cultura di creatività, innovazione, modelli alternativi di business e di cooperazione.

"I cittadini devono avere accesso a un'infrastruttura delle comunicazioni a livello mondiale poco costosa" e che protegga la "proprietà intellettuale".

Ma quale é la rete che é necessaria? Uno strumento di controllo, o uno strumento di partecipazione e condivisione? La rete é solo un canale per la diffusione dei contenuti forniti dai grandi produttori, quindi l'enfasi sulla larga banda, sulle reti asimmetriche, sul bisogno di "proteggere" i contenuti, le ipotesi di eliminare il principio della "neutralità" della rete?

O é necessaria una infrastruttura tecnologica, un digital common, orientata ai servizi e alla conoscenza, che fornisca servizi che supportino la collaborazione e l'auto-organizzazione (reputation systems, matching systems), la condivisione di conoscenza (basi di conoscenza di modelli, pratiche, aspetti legali, frammenti di conoscenza).

Ricordiamoci l'illuminismo: uno degli atti fondamentali della rivoluzione francese fu la diffusione della conoscenza per produrre: l'enciclopedia di Diderot 1751-1772 si chiamava "Enciclopedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri". Si tratta di riprendere questa strada.

Un vero ecosistema digitale che cresce, si adatta ed evolve insieme all'ecosistema socio-economico che sta supportando.

Infrastrutture e servizi che si adattino ai bisogni locali, che siano costruite e modificate dalle PMI e dallecomunità locali (che così acquisiscono conoscenza), insieme ad altre comunità locali, mediante una politica di intervento pubblico. é vista come merce ma come bene pubblico e condiviso. Quindi non accesso alla conoscenza, ma produzione cooperativa di conoscenza.

Partecipazione e governo

Questa politica, puo' essere solo definita tramite processi partecipativi e democratici, con il pieno coinvolgimento chi conosce queste pratiche. Cio' vale anche per l'innovazione. Ossia molte delle comunità che hanno promosso questo convegno.

Secondo me, questo é il ruolo che accademia e associazioni devono assumersi rispetto alle politiche del futuro governo. Quanto si vorrà e si riuscirà ad attivare questo processo partecipativo. Quanto quelli che oggi sono esclusi dalla produzione, dall'innovazione, dalla conoscenza verranno inclusi. Quale tipo di condizioni favorevoli verranno create per un modello socio-economico, inclusivo, collaborativo e partecipativo. Quali strategie, quali iniziative, quali infrastrutture tecnologiche, quale quadro legislativo verra posto in atto.

Su questo vanno valutate le politiche di governo sull'innovazione.

Intervento di

Francesco Nachira