FPML - Parte Prima

Da FrontiereDigitali.

PARTE PRIMA

Analisi Critica del mondo Culturale Italiano

Spunti alla base del Progetto

Cosa succede all'espressione artistica se questa viene concepita e prodotta in funzione del profitto che se ne potrà poi trarre? Cosa resta di una canzone se il suo testo o il suo arrangiamento vengono cambiati a tavolino perché, in quel modo, ci si aspetta che vendano di più? Cosa accade se un disco viene concepito con gli stessi criteri di marketing con cui ci si approccia allo sviluppo di un qualsiasi altro prodotto?

Succede che, a nostro parere, qualcosa di fondamentale smette di funzionare.

Smette di funzionare la magia che si instaura tra un compositore e un ascoltatore, tra creatore e fruitore di un bene sommo che è il sapere. Questo avviene perché tra le due parti entra in gioco un terzo elemento che si prende la fetta più grossa: questo elemento si chiama mercato ed è responsabile di una serie di storture che, nei fatti, stanno impedendo a una generazione di artisti di rivolgersi al proprio paese.

Così c'è da un lato chi si illude di fare arte e dall'altra chi si illude di ascoltarla. Nel 2004, quando il Fronte Popolare per la Musica Libera nacque, ci si pose davanti, in fin dei conti, un problema di dignità. Forse il fatto potrà non interessarvi, sappiate però che ogni qualvolta accendete la radio o la televisione qualcuno, probabilmente, inizia a prendervi in giro. Potete anche accettare questo stato di cose, non sarà un dramma maggiore della fame nel mondo o della guerra; vi chiediamo, però, di prenderne atto seguendoci in questo ragionamento che mira a spiegare come e perché questo avviene.

Basterà continuare a leggere per qualche pagina.

Problematiche

L'idea del FPML è semplice e nasce da una osservazione elementare: é vero che attorno all'arte girano dei soldi. Servono per produrla, per svilupparla e per farla conoscere, e in parte per retribuire chi per realizzare quell'opera d'arte ha investito il suo tempo; tutto ciò secondo noi è giusto, o comunque corretto. Il problema però nasce quando questi soldi diventano il fine della produzione artistica, cessando di essere il suo mezzo. Questo fatto è alla base di una catena di eventi nefasti che è l'oggetto di questa analisi.

Facciamo un esempio semplice preso dal caso della discografia più classica, come potrebbe essere nell'immaginario di molti.

Una bella canzone ha bisogno del mercato per essere registrata e diffusa. Servono dei soldi per poterla registrare, missare, stampare e promuovere. Questi soldi vanno recuperati dalla vendita del brano o del concerto in cui viene eseguito. Il fine ultimo di questa operazione, che è anche economica, resta tuttavia quello di far conoscere la canzone, ossia permettere l'espressione di chi l'ha scritta utilizzando il mercato come mezzo per sostenere questa attività. Fin qui tutto è abbastanza normale, per anni è stato in parte così.

Prendiamo una situazione apparentemente (solo apparentemente) analoga. C'è sempre una canzone, ma il brano stavolta non è nato per la volontà di un artista, bensì è stato creato con il preciso intento di vendere, non nel senso di far conoscere un progetto artistico, ma col più immediato scopo di fare semplicemente dei soldi. Si tratta probabilmente di musica scritta appositamente per incontrare i “gusti” del pubblico (e il suo portafoglio) o di un brano che è stato “modificato” dai produttori artistici per questo scopo. In questo caso è successo che chi gestisce la discografia ha smesso di interessarsi del contenuto artistico di ciò che produce e ha iniziato a pensare principalmente al denaro che se ne poteva ricavare. In pratica ha cambiato lavoro. In questo secondo caso il mercato ha preso il sopravvento sull'arte e la canzone è diventata un prodotto qualsiasi, concepito con criteri di marketing, per essere venduto in un qualsiasi supermercato. Ora, secondo le regole del mercato, un prodotto è buono quando vende tanto e subito, così da incrementare il capitale inizialmente investito, ricavandone un profitto. Questo meccanismo, applicato alla creazione artistica, genera delle storture evidenti. Poco importa il contenuto! Conta che venda, perché così vuole il business.

C'è una certa confusione: cari discografici, cari media del nostro "secondo esempio", cosa state proponendo? Musica o detersivi? Siete intervenuti sulla musica per motivazioni che non la riguardano, per un discorso aziendale, o peggio ancora vi siete messi a tavolino per creare del materiale che rispondesse a queste esigenze.

Andrea Diletti, che col suo progetto "Radio Musica Ribelle" si batte come noi per denunciare questa situazione, ama dire che "sbagliare è umano, perseverare è discografico". Diventa difficile dargli torto. Vediamo perchè.

Ci sono molti casi legati al nostro "secondo esempio". La loro presenza massiccia nell'attuale industria musicale è alla base di diverse conseguenze. La prima è che la proposta culturale offerta dalle grandi case discografiche e dai grandi media loro alleati ha iniziato a rispondere principalmente a logiche di mercato, perdendo qualità e creando orde di "artisti" costruiti a tavolino, tutti simili uno all'altro, che riempiono le programmazioni dei network, le pagine delle riviste modaiole, le radio sulle spiagge e che, in linea di massima, durano una stagione, quanto basta per poter spremere fino all'ultimo il "prodotto", per poi gettare nel dimenticatoio l'"artista". È il trionfo del cosiddetto "pop", preso almeno nella sua accezione negativa.

La seconda conseguenza è che i sostenitori di questa logica sono arrivati a monopolizzare il mainstream, ossia il circuito importante che si trova nelle grandi televisioni e negli eventi ad esse legate, nelle grandi radio e nella grande diffusione e distribuzione, togliendo spazio e risorse ad un'alternativa che non è assente, ma si limita a non avere sufficienti risorse per fare la cosa più semplice del mondo: proporsi. É difficile, ormai, trovare materiale nel grande circuito che non sia concepito secondo questo meccanismo.

Chi ci rimette? Gli artisti dimenticati? Non solo.

A nostro avviso ci rimette tutto il paese, perché si ritrova ad impoverirsi e soprattutto perché perde il contatto con la sua parte più propositiva e legata alla realtà e alle problematiche dei nostri tempi, tagliata fuori dal meccanismo industriale o, detto altrimenti, messa a tacere. L'alternativa esiste, ma non ha voce: la musica in Italia la fanno decine di migliaia di persone, non solo quelli che sono nelle top ten del sabato pomeriggio. Non tutti, tuttavia, hanno la pazienza e gli strumenti per spulciare tra le proposte del mondo sommerso. Tanta gente arriva la sera a casa, stanca, e accende la televisione, senza farsi troppe domande, o magari accende la radio in officina, al negozio o in ufficio. Chi ci trova lo sappiamo tutti. Pochi sanno che si tratta semplicemente di una lobby, determinata da una questione economica. La maggioranza delle persone, infatti, credono che in questi canali finisca il meglio della selezione italiana, frutto di una scelta travagliata tra migliaia di proposte, quando invece non è assolutamente così. É più corretto dire che sotto i grandi riflettori ci finisce il mercato che si blinda e si autosostiene secondo regole che con l'arte hanno davvero poco a che spartire.

Da questa amara constatazione oggettiva, da questa critica in negativo (una delle poche, quanto segue – invece – è propositivo in ogni sua parte) nasce il primo provocatorio cardine del nostro movimento: la frase "L'arte non è una merce!", coniata in un bar dell' Università di Roma nella primavera del 2004 dai fondatori del FPML e che racchiude il nocciolo duro del nostro progetto.

Il Mercato, le Major, i Network e il loro Monopolio

Permetteteci di spendere ancora due parole sul ruolo del mercato e su come questo abbia saldato l'alleanza di fatto che vige tra le grandi case discografiche (major) e i grandi media (network). Quanto segue presenta le dovute eccezioni. Purtroppo, però, la maggior parte della musica “che conta” non è estranea a questo contesto che andremo ora ad analizzare per grandi linee e con le necessarie semplificazioni.

Dietro la massificazione della cultura, dietro la sua industrializzazione e dietro l'applicazione del sistema mediatico moderno che essa ha dovuto subire, ci sono molti soldi e molti interessi. A quanto ci è dato sapere né i soldi, né gli interessi sono necessariamente correlati all'espressione artistica dell'uomo. Una presenza così massiccia di due elementi così “estranei” nel processo artistico dovrebbe già far riflettere di suo. E' piuttosto interessante vedere, in prospettiva generale, come questi componenti agiscano nella distorsione dell'espressione artistica.

Come detto la maggior parte delle informazioni che recepiamo viaggiano sul cosiddetto “mainstream”, ossia sul sistema delle grandi televisioni e delle grandi radio: i cosiddetti “network”. Cosa trasmettono queste emittenti? Quello che ritengono valido? Il cd rivelazione del gruppo del liceo sotto la loro sede?

No.

I network, che sono molto simili tra loro e fanno spesso le stesse "scelte", trasmettono quello che viene passato loro da un altro “cartello”, che è quello delle grandi industrie discografiche, spesso strutturate sul modello multinazionale. Sono le cosiddette "major" che passano loro le playlist dei "grandi successi". Network e Major sono in stretto accordo tra loro: "Io produco e tu trasmetti".

I grandi spazi sui media tradizionali sono quasi completamente gestiti da questo semplice monopolio. E ci stanno provando anche con il web, prima con sistemi anticopia e leggi liberticide contro il peer-to-peer, e ora cercando di imporre silenziosamente le tecnologie DRM del Trusted Computing Group che impediranno la libera copia, il noleggio e il semplice scambio di opere in formato digitale. “Esistere” artisticamente, in pratica, passa per l'appartenere o meno a questa cerchia.

Il dramma è che questa lobby seleziona i suoi artisti seguendo dei criteri principalmente commerciali, che non sempre coincidono con l'effettivo valore artistico di una proposta: una cosa è “buona” se vende tanto e in poco tempo, se permette un rapido profitto senza creare troppe rogne. Ecco la musica buona! Ecco la musica che arriva nei bar, nelle case, nelle officine, in stazione e addirittura nella televisione pubblica, di stato, di tutti!

Qualcuno potrebbe dire: se quell'artista è tanto promosso in radio vuol dire che è bravo, che è ascoltato, che è richiesto, quindi è giusto che sia apprezzato ed è una logica conseguenza che venda tanto. Potremmo facilmente ribattere con una domanda: vende tanto perché è bravo, o semplicemente è bravo perché vende tanto? O peggio ancora perché si è deciso che debba essere bravo per fargli vendere di più? Chi stabilisce, quindi, cosa vende di più? Il pubblico di massa, questo è chiaro, non compie una scelta reale tra il succitato gruppo del liceo e la grande pop star, visto che gli viene proposta solo la pop star...

Bisogna infatti ricordare che siamo in una condizione di monopolio “network-­major”. L'artista primo in classifica vende tanto perché è massicciamente promosso dai media e non il contrario! Ecco la perversione del sistema. Se la major decide di “produrre” un “artista”, il network inizia a passarlo dieci volte al giorno ed ecco che in pochi mesi è nata una celebrità. Non si può sfuggire a questo sistema. Le classifiche di vendita, in questo modo, sono fatte a tavolino nelle stanze delle etichette! Sono decise a monte, alla faccia della libertà di mercato!

É palese come tutto questo non abbia niente a che spartire con l'espressione dell'uomo. Un giovane musicista che scrive una bella canzone non ha che scarse possibilità di proporla al grande pubblico con la dignità che gli compete: ossia come l'ha concepita. L'unico sistema è entrare nel monopolio ma, per farlo, della bella canzone resta davvero poco, perché questa – ammesso che venga accettata (fatto raro) - verrà "prodotta artisticamente" seguendo quegli svilenti criteri monetari di cui abbiamo parlato anche troppo.

Si può quindi parlare di arte? Quando agli awards vi presentano questo o quest'altro “artista” sappiate almeno che, il più delle volte, state guardando cantare un flacone di detersivo, nulla più!

Il Mondo Indipendente

D'accordo. Stufi dei network e della musica da spiaggia decidiamo di andare a vedere se c'è altro in giro. Spegniamo la televisione e usciamo di casa oppure, ancora meglio, accendiamo internet e cominciamo a navigare alla ricerca della musica che ci piace (lusso che può permettersi chi ha tempo e strumenti da investire in questa attività), oppure sintonizziamoci su una buona radio indipendente, che si spende per promuovere musica diversa. Stiamo per entrare nella favolosa dimensione del sedicente “mondo indipendente”. Stiamo parlando del famoso “underground”, della celebre “scena musicale” o del famigerato pianeta dei “gruppi emergenti”. Un po' di coraggio e vi si potrà facilmente aprire un mondo tutto nuovo, con le sue ricchezze e le sue miserie.

Queste righe, infatti, riflettono con amaro affetto sul “mondo indipendente” a cui molti di coloro che hanno scritto queste pagine, in un modo o nell'altro, appartengono o si sentono vicini.

Tutto ciò che promuove cultura fuori dagli schemi del monopolio “network-­major” di cui abbiamo parlato fino alla nausea, può essere considerato come “indipendente” da questo circuito.

Il mondo indipendente è estremamente vario ed ha il grande pregio di riuscire spesso a promuovere realtà valutate in base al loro reale contenuto artistico, cosa che ormai manca al mainstream. Nel caso della musica, l'etichetta indipendente produce un gruppo perché crede nella sua musica, la radio indipendente passa quel certo brano perché gli piace, perché “suona bene” e non perché gli ha telefonato la major imponendogli questa o quella playlist. Sempre ragionando per grandi linee (le eccezioni e le situazioni ambigue sono tuttavia moltissime) si può quindi dire che il mondo indipendente permetta all'artista di esprimere il suo punto di vista, almeno nell'accezione qualitativa del termine. Questo è possibile grazie al lavoro di gente davvero in gamba, che è facile incontrare in questa realtà. I problemi nascono quando si vede quanto l'indipendente riesca a promuovere il lavoro del suo artista.

I giganteschi limiti di questo sistema sono abbastanza evidenti: si tratta, infatti, di una costellazione di realtà medio piccole, piccole o piccolissime che hanno spazi e forze in misura molto limitata, proprio a causa delle loro ridotte capacità sia economiche, che logistiche che – ahi noi – a volte anche professionali. I numeri del mondo indipendente sono piccolissimi rispetto a quelli delle major. Gli spazi sono ristretti e qualitativamente scadenti e il respiro che l'indipendente può dare al suo lavoro è piuttosto corto, spesso anche in conseguenza di disponibilità finanziarie non sempre sufficienti.

Tanti buoni propositi e poche, pochissime energie per rendergli giustizia. L'essere indipendenti rischia di essere riassunto con questa semplice considerazione. Almeno la musica è buona...

Questa panoramica che speriamo non sia stata troppo ingenerosa verso una realtà che, se non altro, ce la mette tutta e con sostanziale onestà, vuole chiudersi con il tentativo di mettervi in guardia su uno dei peggiori difetti di questo mondo: la presenza di ladruncoli e abbindolatori vari, forse peggiori dei “manipolatori” di musica delle grandi major. Quello dell'indipendenza è un mare piuttosto pericoloso da navigare. Non è difficile incontrarvi dei veri e propri pescecani che sbarcano il lunario soffiando sulle fantasie di artisti in buona fede e un po' disavveduti, spesso promettendo dei mari e dei monti che, naturalmente, non hanno la benché minima possibilità di offrire, senza rinunciare però a soffiargli qualche centinaio di euro con cui riescono a tirare avanti fino a fine mese. Purtroppo, nella miseria, si vedono anche di questi tristi spettacoli.

Concludendo, quindi, in un modo o nell'altro anche la strada indipendente non permette all'artista di comunicare dignitosamente il suo messaggio. Probabilmente, proponendovi con intelligenza nell'universo indipendente, potrete arrivare a stampare un migliaio di copie del disco, del vostro disco, come lo volete voi. Per poi farne cosa, di queste mille copie, resta un mistero abbastanza insoluto...

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