Documentazione delle lotte

Da FrontiereDigitali.

Documentazione delle lotte

Ricercatori precari di Firenze

Una proposta per la riqualificazione della ricerca e dell'alta formazione in Italia

  • WIKI dei Ricercatori precari di Firenze, RNRP - Firenze.
    INCHIESTA - OTTOBRE-DICEMBRE 2005 - Pag. 94-95-96

L'assemblea dei precari della ricerca di Firenze con il supporto di un sistema wiki per il copublishing ha discusso e formulato una prima bozza di proposte, il cui obiettivo generale é la riqualificazione della ricerca e dell'alta formazione (Università e Enti di ricerca), sostenuta da un sostanziale adeguamento delle risorse finanziarie da parte dello Stato. Questo lo stato attuale del progetto.

Preambolo

Il presupposto di questa proposta é che il lavoro scientifico negli enti pubblici di ricerca e nelle università deve essere svolto, tanto per la didattica che per la ricerca, da personale qualificato di ruolo a tempo indeterminato, il cui avanzamento in carriera é collegato a valutazione periodiche. In nessun settore il lavoro precario può essere immaginato come strumento di promozione della produttività, tanto meno di quella scientifica. La precarietà mina le basi della produttività scientifica, l'autonomia, la capacità innovativa, e favorisce, piuttosto che contrastare, i mali dell'università.

Anche nel mondo della ricerca ciascun individuo, dopo un adeguato periodo di formazione superato con successo (nel caso specifico si tratta del dottorato di ricerca), ha diritto a condizioni di stabilità e sicurezza fin dall'inizio del suo percorso lavorativo (fatto salvo un ragionevole periodo di prova che potrebbe essere di un massimo di 2-3 anni). Il protrarsi di forme di lavoro aleatorie ed instabili per lunghi anni fa parte di un modello di selezione residuale, che rispecchia nei fatti uno schema socialmente iniquo di accesso alle professioni scientifiche, consolidato in una fase storica in cui poteva raccogliere più consenso l'idea che queste avvessero un più ridotto peso nello sviluppo culturale, tecnico ed economico della società. Altro punto di partenza della nostra riflessione assembleare é il principio della libertà di insegnamento e ricerca, assieme alla necessità di uno sviluppo di tutte i filoni disciplinari, con particolare attenzione verso quei settori/aree del sapere la cui cura non si collega alle dinamiche note del mercato nella sua forma dominante. L'idea di fondo, confortata da autorevoli analisi socio-economiche, é che una società aperta, plurale, innovativa, inclusiva, in definita più giusta e capace di uno sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile, ha bisogno di investire in tutti i campi del sapere e di valorizzare forme di conoscenza anche profondamente diversa da quella istituzionalizzata dal mercato. Ancora, siamo convinti che una societa con livelli di conoscenza complessivamente più alti sia preferibile ad una società in cui i saperi sono concentrati in piccoli gruppi di eletti e la stragrande maggioranza é condannata alla deprivazione rispetto all'accesso a saperi critici. Siamo anche consapevoli che questa é la sfida perpetua che lo sviluppo dell'educazione e della conoscenza porta alle strutture consolidate del potere.

Alla domanda di saperi espressa dalla società dell'informazione e della conoscenza che vogliamo - una società giusta e aperta - non si può dar risposta come é stato fatto fino ad ora frammentando e parcellizando la formazione, riducendola ad unità discrete (crediti), indebolendo le basi su cui ciascuno costruirà il suo percorso culturale e professionale.

Nell'ultimo decennio il problema italiano - la scarsità di laureati - é stato letto in termini riduttivi: non può essere risolto innalzando il numero dei laureati se questo significa abbassare il livello della loro formazione. Potremmo così dire che abbiamo 'prodotto piu' laureati, salvo il fatto che i laureati non sono 'pacchetti', così come i saperi non sono saponette... Inoltre il mercato del lavoro italiano - con la legittimazione crescente dello sfruttamento del lavoro precario, portata a compimento dalla legge 30 - spesso respinge i laureati, non ne riconosce la professionalità, tanto più quanto questa é stata socialmente svalutata, insieme al senso della cultura e dell'educazione. Poiché siamo profondamente convinti che né il lavoro, né i saperi siano merci, proponiamo la nostra idea di università e ricerca pubblica, inscindibile dalla nostra idea di società. Questo documento insiste soprattutto su possibili linee guida per la riforma dell'università, avendo in mente i problemi della ricerca pubblica. Siamo però consapevoli che si tratta di un frammento di quel composito conflitto che accomuna il mondo della ricerca pubblica al mondo della scuola, della cultura, dello spettacolo, dell'informazione, dei beni culturali, delle biblioteche pubbliche, dell'informazione giornalistica, dei servizi sociali e di pubblica utilità, tutte aree in cui attraverso la precarizzazione del lavoro si vuole cancellare il senso della produzione/riproduzione di beni, servizi, spazi pubblici, al servizio dell'intera collettività, beni comuni senza i quali una società semplicemente non esiste, essendo caduta sotto i colpi di un mercato che sempre più svela il suo volto prevaricatorio. Le lotte tanto oscurate, quanto disperate dei lavoratori di ogni settore, dalla meccanica ai call centers, sempre più oggetto di azioni che ne sviliscono la professionalità e dignità, l'ascesa dell'impresa 'irresponsabile' come modelo vincente dell'economia italiana sono segnali allarmanti del ritorno di un capitalismo predatorio e di rendita che suscita il nostro sdegno e unisce, finalmente, i nostri percorsi.

Un sistema universitario nazionale nuovo, aperto, coeso e cooperativo Il sistema dell'autonomia va ripensato in temini che contrastino la frammentazione e crescita di opacità del sistema, ma piuttosto che puntino sulla massima trasparenza, sulla cooperazione fra atenei, sulla messa in rete di risorse umane e strumentali, sul rafforzamento delle aree e discipline più deboli.

L'idea di autonomia é buona se riferita alla libertà di ricerca e di insegnamento; sterile e controproducente se scatena 'guerre fra poveri', incentiva costose campagne pubblicitarie, rende ancora più opachi i meccanismi che regolano il funzionamento dell'università, favorendo l'insorgere di situazioni di sperequazione di cui i soggetti con meno risorse di potere e influenza, in particolare i giovani ricercatori o gli studiosi non inseriti in specifici mainstream, sono le prime vittime.

E' importante il sostegno agli atenei di medie dimensioni e/o progetti di specializzazione nella didattica e nella ricerca, nell'ottica della diffusione territoriale di un'alta formazione e ricerca di qualità, congruente con la tipicità socio-economica del paese. Questo principio guida si pone in contrasto tanto con una eccessiva frammentazione del sistema universitario, che con la logica della concentrazione su pochi grandi atenei o poli di eccellenza di grandi dimensioni. La condivisione di risorse fra atenei, strumentali e didattiche, é un questo senso una risorsa da sviluppare in un'ottica di rete, di cooperazione e non di competizione 'aziendalistica' per le iscrizioni degli studenti.

Un piccolo esempio di cosa intendiamo, anche a livello più basso? In Italia anche gli acquisti delle matite nelle universitàsono gestite attraverso un centro unico e gare dedicate.

Paradossalmente manca invece una gestione comune degli acquisti di software, che va ogni volta a gravare sui singoli gruppi di ricerca, dipartimenti e atenei. E' necessario porre mano a questo enorme spreco di risorse, cessare di pagare le licenze e investire piuttosto nello sviluppo di nuovi prodotti servizi. Inoltre esiste un grave problema di mancanza di pluralismo software che deve essere affrontato urgentemente, così come sta avvenendo nel resto della PA, nella stessa ottica di spostamento delle risorse verso la produzione di innovazione, piuttosto che di sterile spesa per l'acquisto di supporti 'originali'.

La valorizzazione dei ricercatori come figure portanti del settore. Quali principi affermare Devono essere introdotti vincoli all'impiego dei fondi stanziati per Università ed Enti di ricerca, con una chiara distinzione delle voci di bilancio riguardanti le progressioni di carriera da quelle per le nuove immissioni a ruolo, e la fissazione di un tetto massimo per le prime e di una quota minima garantita per le seconde. E' necessario un contratto nazionale di settore per la ricerca e l'università, che riguardi tutti i lavoratori e che preveda la cancellazione delle forme di trattamento discriminatorio fra lavoratori a tempo determinato e indeterminato, con l'unificazione delle figure post-dottorato e precarie, l'estensione a queste ultime delle tutele previste per le figure a tempo indeterminato, diritti di rappresentanza per tutte le componenti del mondo del lavoro della ricerca e dell'università, e l'equiparazione delle retribuzioni lorde (includendo quindi contributi previdenzaili ed assicurativi) dei precari a quelle dei ricercatori.

La figura del ricercatore deve essere valorizzata, al contrario di quanto é avvenuto nell'ultimo decennio. E' a questo livello che nuove energie e potenzialità di cooperazione anche 'orizzontale' devono essere riconosciute e incoraggiate. Nella drammatica situazione attuale - di stallo del reclutamento e di "morat(t)oria 2013" nelle assunzioni di ricercatori, destinati al fuori ruolo - é importante il riconoscimento nel periodo transitorio (oltre alla laurea e al dottorato) delle prestazioni didattiche (contratti) e di ricerca (post-doc, assegni, collaborazioni, borse etc.) rese ai fini della ricostruzione di carriera. Infine, una trasparente programmazione biennale del reclutamento da parte di ciascun ateneo (con indicazione delle esigenze di didattica e delle tematiche di ricerca d'interesse) con ampia pubblicizzazione a livello nazionale, potrebbe essere uno strumento decisivo per favorire i giovani ricercatori nella gestione del proprio sviluppo professionale, attraverso una maggior trasparenza del 'mercato' del reclutamento scientifico.

Qualità del lavoro per un'alta qualità dei risultati L'affidamento delle docenze a personale di ruolo, concedendo solo una quota residuale, non superiore al 10%, da affidare a personale a contratto, deve essere la caratteristica dell'università pubblica. E' necessario un adeguamento delle proporzioni numeriche tra ricercatori e docenti e tra docenti e studenti secondo parametri europei.

Deve essere chiaramente distinto il periodo di formazione da quello di lavoro, limitando rigidamente l'attività esterna dei dottorandi alla sola assistenza alla didattica e tutoraggio, previa retribuzione e con limitatissime quote di tempo. Per quanto riguarda i finanziamenti privati o pubblici per la ricerca applicata - anche considerati le economie che i committenti ottengono in questo tipo di rapporto 'consulenziale' - una quota fissa deve essere convogliata nei fondi di ricerca d'ateneo e destinata alla ricerca di base in tutte le discipline. Un soggetto privato non può finanziare in parte determinante o integralmente cattedre nell'università pubblica: i privati possono senza alcun vincolo fare ciò nelle istituzioni di ricerca e universitarie private.

Infine, la regolazione dei diritti di propietà intellettuale deve sempre salvaguardare il contributo fornito dagli enti di ricerca e università e la natura di bene comune pubblico del sapere prodotto dalla comunità scientifica nella sua speciale relazione con la società e la natura, da cui deriva anche un'altrettanto speciale responsabilità.

Accanto a questi aspetti i ricercatori precari fiorentini stanno discutendo i seguenti punti sia nelle assemble che sul nostro wiki:

  1. per quanto riguarda il problema dell'assorbimento in ruolo dei precari é necessaria una adeguata valorizzazione/ valutazione dell'attività didattica ai fini del reclutamento e dell'avanzamento di carriera, in modo da promuoverne la qualità ed da riconsocere seppure tardivamente il lavoro svolto;
  2. é necessario un rafforzamento delle misure a sostegno della mobilità di breve e media durata, per favorire i lavoratori e le lavoratrici con carichi/impegni familiari che renderebbero impossibile altre forme di mobilità - questo nella convinzione che la mobilità geografica del lavoro non sia un valore in sé e per sé: le persone non sono un fattore produttivo / una merce come un'altra;
  3. nei dottorati deve essere definita una quota fissa di base equamente ripartita e adeguata a sostenerne la mobilità internazionale;
  4. deve essere promossa la 'certificazione sociale' del lavoro scientifico, con clausola vincolante/preferenziale per le commesse di ricerca provenienti dal settore pubblico e para-pubblico e per le imprese al di sopra di un certo fatturato, al fine di evidenziare il carattere di maggior autonomia/qualità dei ricercatori/trici nella prestazione - in ogni caso questo principio dovrebbe valere per tutto il lavoro in out-sourcing della PA;
  5. per incoraggiare le forme di lavoro cooperativo, deve essere valorizzata la co-authorship in tutte le discipline, anche a sostegno della cooperazione scientifica infra-generazionale;
  6. deve essere promossa la valorizzazione del rilascio di documentazione scientifica intermedia (basi dati, archivi, repertori, bibliografie ragionate, etc.) e dei prodotti 'finali' sotto licenze free (creative commons, etc.) e facilmente accessibile (on line, formati liberi, supporto digitali etc.);
  7. si deve affermare il ruolo di alta formazione del lavoro scientifico anche attraverso la creazione di meccanismi che mirino al recupero dell'esperienza scientifica anche presso la pubblica istruzione e le pubbliche amministrazioni, dove sono 'invisibili' e sottovalorizzate

molte risorse umane qualificate già da molti anni;

  1. per sfuggire a derive formalistiche, la valutazione di risultati/pubblicazioni della ricerca scientifica deve tener conto delle innovatività dei contributi in rapporto alle risorse impiegate.

(sintesi da: orione.dsi.unifi.it/wiki/)

Firenze, dicembre 2005